Le Paludi Pontine viste con occhi ottocenteschi.


Condivido degli estratti di pubblicazioni ottocentesche, spero faccia piacere questo breve salto nel passato...


Davide GABRIELE


M.N. Nicolai, De’ bonificamenti delle terre pontine, Roma, 1800, p. 112


«Seguendo le tracce degli autori greci e latini si dee dare il nome di territorio Pontino a quella vasta pianura, la quale è circondata a settentrione dalle montagne Lepine, che sono quelle di Core [Cori] di Segni & c., e si estende fino al mar toscano e al monte Circeo».

G. Fabbroni, Scritti di pubblica economia, Firenze, 1847-1848


Il paesaggio che si mostrava al visitatore era disseminato da una quantità di arbusti e di vegetazione che conferiva un aspetto quasi selvaggio, e terre sottoposte a un secolare abbandono. Il territorio era infestato di serpenti, topi, cavallette: le invasioni di queste ultime costrinsero più volte a incendiare i terreni.

M.C. De Tournon, Études statistiques sur Rome et la partie occidentale des États romains, Paris, 1855, p. 134


«Il terreno a mezzogiorno di Cisterna è piatto argilloso e sovente coperto di acqua, una conca di roccia chiara impedisce il suo assorbimento. Dei pascoli immensi si estendono dal lato a ovest fino ad una foresta e dall’altro lato fino ai piedi delle montagne; più lontano una seconda foresta occupa lo spazio fra queste montagne e la strada». E ancora: «Dei greggi innumerevoli di buoi, di bufali e di porci che passano in queste solitudini al di là delle quali cominciano le paludi della Tepia, avanguardia delle paludi pontine; e benché monotono e triste, questo paesaggio ha una grandezza che piace ed affascina». E inoltre: «Le foreste vergini dell’America Latina non offrono un aspetto più selvaggio dei lidi del lago di Fogliano. La natura vi estende la più brillante vegetazione, e le querce, il sughero, il frassino, gli olmi crescono confusamente con una moltitudine di piante rampicanti che si lanciano dal suolo e si mischiano tra i rami dei grandi vegetali. Al viaggiatore può aprirsi un paesaggio attraverso i tronchi caduti di vecchiaia, all’occhio perde lo stretto sentiero tracciato dai cavalli dei pescatori. I lupi si disputano queste solitudini con buoi, cavalli e porci, che vivono in piena libertà. In mezzo a questa natura splendida, animata da sole ardente, qualche pastore coraggioso, magrito, coperto dalle pelli delle loro capre, armati di lancia e montanti su piccoli cavalli, errano attraverso la fitta vegetazione».


M. Vernouillet, Roma agricola, cit., p. 769


«Un flagello terribile contro cui il coltivatore lotta eroicamente, la cattiva aria, regna nello Stato Romano. La pianura di Roma e le paludi Pontine in tutta la loro estensione, son soggette nella più parte dell’anno a questa letale influenza. Non v’è uomo robusto per quanto si fosse che sappia passarvi parecchi giorni di seguito nelle ore calde della giornata e soprattutto nella notte, senza rimanere attaccato da una febbre perniciosa che rovina rapidamente il suo morale e il suo fisico, ed in pochi mesi lo conduce al cretinismo o alla morte. È uno spettacolo orribile il vedere ne’ villaggi delle paludi, quegli uomini e quelle donne gialli in volto, stupidi nello sguardo, seduti tristemente sulla soglia delle capanne, o accovacciati in qualche angolo per fuggire ai raggi del sole, che la loro vista non può più sopportare».


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